Dannosi Incontri – Samael Von Martin (Mater A Clivis Imperat, Death Dies)
Eccoci per la seconda parte di questa nostra chiacchierata, altri due tuoi progetti che seguo da sempre sono Mater A Clivis Imperat e i Death Dies. Partiamo proprio da Mater A Clivis Imperat, quale la scintilla che ha dato vita a questa incredibile entità?
La scintilla che ha dato vita a Mater A Clivis Imperat non è mai stata un semplice atto creativo, piuttosto una necessità interiore, quasi un richiamo antico che non poteva essere ignorato. L’idea non nasce, dunque, in un momento preciso, ma nella sedimentazione di anni di visioni, di letture, di intuizioni simboliche e di silenzi contemplati.
Mater A Clivis Imperat è la traduzione sonora di quel rapporto primordiale con l’invisibile, una sorta di esigenza che vuole restituire all’ascoltatore il senso del numinoso, del mistero che abita la soglia tra il terreno e il trascendente. L’eco di un mondo che esiste oltre il tempo lineare, e che attraverso la musica può essere evocato.
In questo senso, la scintilla non è stata accesa da me: io sono solo il fuoco che ha preso vita, uno strumento attraverso cui il progetto si è potuto esprimere.
So che la band esisteva già da molto tempo prima della pubblicazione del vostro esordio su disco, e’ stato il periodo necessario per far crescere e maturare il tutto?
Mater A Clivis Imperat esisteva già prima della pubblicazione ufficiale: la sua essenza era presente, come un seme sotterraneo che attendeva il tempo giusto per germogliare. Non si trattava di fretta o di esitazione, ma della necessità di permettere a quell’entità di crescere con la giusta intensità, senza forzature.
Il periodo che precede l’esordio è stato un vero cammino iniziatico: anni in cui le idee si affinavano, in cui il linguaggio si formava e il legame con le radici simboliche e spirituali si approfondiva. Non poteva essere un parto prematuro: sarebbe stato come spezzare un rito a metà.
La musica di Mater non appartiene al tempo immediato dell’uomo, ma a quello ciclico e misterioso della natura e del mito. Per questo era necessario lasciarla maturare, fino a quando non fosse pronta a rivelarsi nella sua forma compiuta.
Quale la scelta dietro il concept utilizzato è perché proprio l’uso del latino?
Nel contesto di Mater A Clivis Imperat, il latino diventa strumento di evocazione: non comunica soltanto un concetto, ma apre un varco. È come un sigillo che, una volta pronunciato, mette in risonanza l’ascoltatore con un piano diverso, più arcaico e universale.
Il concept nasce proprio da questa volontà: restituire alla musica un’aura rituale, un senso di contatto con ciò che precede e trascende l’uomo. In fondo, la lingua non è mai neutra: essa custodisce un mondo. Il latino racchiude un mondo di ombre, di mistero e di eternità, che era perfettamente in sintonia con l’entità che Mater voleva evocare.
Esiste un aggettivo con il quale definire il sound del progetto e se sì perché proprio quello?
Se dovessi scegliere un solo aggettivo per definire il suono, direi “oracolare”. Non perché la musica pretenda di dare risposte, ma perché evoca domande più profonde, come un vaticinio che non illumina del tutto, ma indica una direzione.
Hai già pubblicato due album, Atrox Locus del 2022 e Carmine Occulta del 2023, quale la storia dietro i due e quali le differenze individuate dall’autore? Personalmente ritengo siano uno la prosecuzione dell’altro ma è solo una mia idea.
In realtà hai colto un aspetto essenziale: “Atrox Locus” e “Carmina Occulta” sono come due capitoli dello stesso viaggio, ma con nature diverse.
Atrox Locus è nato come una discesa in un luogo oscuro e selvaggio, un paesaggio interiore che si rivela più come esperienza che come semplice ascolto. È l’ingresso nella foresta sacra, dove ogni albero e ogni silenzio custodiscono un enigma. È un album che porta con sé l’ombra, la solennità e il peso del mistero non ancora svelato.
Carmina Occulta, invece, rappresenta un passo ulteriore: non più soltanto il luogo oscuro, ma il canto nascosto che da esso scaturisce. Se il primo lavoro era contemplazione del mistero, il secondo diventa quasi liturgia, voce che dà forma a ciò che prima era silenzio e simbolo. È come se il velo fosse stato sollevato, non del tutto, ma abbastanza da permettere una visione più chiara del disegno che abita quel mondo.
L’effetto principale che avverto all’ascolto della musica proposta è quel senso di possessione, quasi di ipnosi. Ho sicuramente feeling con queste sonorità ma come si raggiunge questo risultato?
Il senso di possessione e di ipnosi che percepisci non nasce da un artificio tecnico, ma dal modo in cui concepisco la musica dei Mater: come un rito.
Non scrivo pensando a una struttura canzone, ma a un flusso che deve agire come una formula, una sorta di invocazione capace di alterare lo stato di coscienza dell’ascoltatore.
Questo risultato si raggiunge intrecciando silenzi, ripetizioni, tensioni e aperture come fossero elementi di un cerimoniale. La ripetizione non è mera insistenza, ma un martellare rituale che scava nella mente; i contrasti improvvisi funzionano come squarci, rivelazioni che destabilizzano e allo stesso tempo attirano più a fondo.
Tra i pezzi che ascolto maggiormente e con più trasporto ci sono “Carmine Occulta” e “Strigarum Dominus”, entrambi tratti dall’ultimo album, quale la loro origine e gli aspetti che li contraddistinguono?
Ti ringrazio molto per le parole… sapere che quei brani arrivino con forza all’ascoltatore è la conferma “dell’intento compreso”.
“Carmina Occulta” nasce come un inno, un canto velato, dove l’elemento rituale si fa più evidente. È un brano che rappresenta la voce stessa del mistero, un suono che non descrive ma evoca, come se fosse un’antica preghiera pagana o un’eco proveniente da un altrove che non possiamo definire con chiarezza.
“Strigarum Dominus”, invece, porta con sé un’energia diversa: più terrena, più notturna. È il richiamo a forze arcaiche che un tempo abitavano la soglia tra il sacro e il proibito. Lì la dimensione ipnotica si intreccia con un senso di inquietudine, come se lo spettro delle streghe evocasse un’oscura sapienza che ancora oggi respira sotto la superficie della nostra cultura.
Quello che li accomuna è la volontà di trasformare il suono in simbolo. La differenza sta nel modo in cui questo simbolo agisce: in Carmina Occulta come luce nascosta, in Strigarum Dominus come ombra viva. Due volti della stessa entità, due manifestazioni di un linguaggio che non appartiene più a me, ma all’ascoltatore che lo accoglie.
La musica per come la intendo io non è solo intrattenimento ma anche studio, emozione, cultura. Senti che attraverso questa proposta sei riuscito a trasmettere tutto ciò?
Non so se ci sono davvero riuscito: posso solo dire che ho cercato di mettere nella musica tutto ciò che vivo e che studio, senza maschere. Se poi qualcuno percepisce emozione, cultura o anche solo una scintilla di verità, allora significa che il messaggio ha trovato la sua strada.
Come si sviluppa la scrittura di una traccia di Mater A Clivis Imperat, da cosa parti?
Parto spesso da un’idea, un’atmosfera o un frammento melodico, poi costruisco attorno tessiture, contrasti e dinamiche. Non c’è schema fisso: la traccia cresce seguendo la logica interna del materiale, come se la musica stessa guidasse il processo.
Credo che il risultato raggiunto sia figlio anche dell’operato di tutti gli artisti coinvolti, penso a Vittorio Sabelli, Nequam, Isabella (Voce Principale), Elisa Montaldo con la sua splendida interpretazione. Come si riesce ad agglomerare il tutto, e’ l’arte che rende tutto più facile?
Assolutamente, il risultato è sempre il frutto di un lavoro collettivo. Ogni artista porta con sé un mondo, una sensibilità unica, e il compito è trovare un modo per farli dialogare senza forzature. Non è tanto che l’arte renda tutto “facile”, quanto che diventa il linguaggio comune in cui ciascuno può esprimersi e incontrarsi. Quando questo accade, la musica prende vita da sé, come se la somma dei contributi diventasse qualcosa di più grande della loro semplice combinazione.
Esiste all’interno di tutti i generi utilizzati nel vostro sound una particolarità che ritieni preponderante e fondamentale?
Certamente, anche se piu che un genere, direi che il filo conduttore è l’atmosfera. Ogni elemento progressivo, esoterico, avant-garde serve a costruire uno spazio dove il suono possa respirare e l’ascoltatore immergersi. Senza questo senso di profondità e tensione, ogni tecnica o stile perderebbe la sua funzione.
Sono maturi i tempi per la pubblicazione di un terzo lavoro e nel caso puoi darci delle anticipazioni sulle sue caratteristiche principali?
Credo che i tempi stiano diventando maturi, ma sto ancora definendo i dettagli. Posso anticipare che molto probabilmente il prossimo lavoro si intitolerà “Dies Irae”. Sarà un percorso coerente con quanto fatto finora, ma con nuove sfumature e atmosfere che continuano a esplorare il confine tra ombra e luce, tra rito e introspezione.
Quale la sua peculiarità a tuo parere rispetto le prime due intense pubblicazioni?
Credo che la peculiarità di questo terzo lavoro risieda nella sua capacità di guardare indietro senza ripetersi, e allo stesso tempo di aprirsi a nuovi spazi di autocoscienza. Se i primi due album erano tappe di un cammino iniziatico, questo vuole essere un passaggio in cui le ombre e le luci del percorso si intrecciano in modo più consapevole, come un respiro che comprende ciò che è stato e indica ciò che ancora deve manifestarsi. Una sorta di “ Requiem “.
Ci saranno delle sorprese rispetto allo splendore già pubblicato?
Spero proprio di sì, ma non è una questione di stupire per il gusto di farlo. Le sorprese nasceranno naturalmente dal percorso creativo, dai dettagli e dalle sfumature che ancora devono emergere. Ogni lavoro ha il suo respiro, e il piacere più grande è vedere come ciò che si crea possa vivere di vita propria, sorprendendo chi ascolta senza forzature.
Passiamo ai Death Dies, band che letteralmente mi fa impazzire. Il vostro ultimo “Stregoneria” del 2023 e’ un album incredibile, so che è uscito da più di due anni ma mi interesserebbe sapere le sensazioni che vi ha dato a livello di scrittura e di resa finale.
Ti ringrazio davvero per le parole, è sempre incoraggiante sentire che la musica arriva con forza. Stregoneria è stato un lavoro intenso: la scrittura è stata guidata dal desiderio di unire l’energia grezza dei primi anni ’90 con un approccio atmosferico che permettesse alla materia sonora di respirare.
La resa finale mi ha dato la conferma che, anche nel caos e nella brutalità, c’è spazio per la profondità: ogni pezzo conserva la sua forza immediata, ma anche una dimensione quasi rituale, che invita l’ascoltatore a immergersi oltre la superficie. In questo senso, l’album non è solo ciò che si sente, ma anche ciò che si percepisce tra le note.
Il black metal caratterizzato da inserti doom, heavy e da momenti più melodici genera un sound che negli anni si è rivelato originale e riconoscibile per gli amanti del genere, siete coscienti di aver creato qualcosa di unico e quale la fiamma nera che ha dato il via a tutto questo?
Non saprei dire se sia “unico”, posso solo dire che abbiamo cercato di seguire ciò che ci appassionava, senza forzare nulla. La fiamma nera che ha dato il via a tutto è stata sempre l’urgenza di esprimere emozioni autentiche e di restituire la potenza dei primi suoni black metal che ci avevano segnato, mescolandoli alle nostre influenze e alla nostra sensibilità.
Ritengo l’utilizzo dell’italiano nel black metal una cosa particolarmente indovinata, si adatta benissimo. Cosa alla base di questa scelta?
Ti ringrazio, è un pensiero che condivido. Abbiamo scelto l’italiano perché ci rappresenta più di qualsiasi altra lingua: conferisce immediatezza, colore e una naturale musicalità ai testi. Parlare nella propria lingua permette di trasmettere con sincerità le sfumature emotive e culturali che altrimenti rischierebbero di perdersi. Abbiamo realizzato i primi lavori in lingua inglese ma alla lunga ci siamo domandati se ne valesse ancora la pena farlo. La risposta … la conosci!
La musica appare come un viaggio tra rituale, introspezione e caos: qual è la sensazione che volete trasmettere all’ascoltatore l’entità Death Dies?
La sensazione che vogliamo trasmettere è fatta di passione, genuinità , amore per le sonorità e le emozioni dei primi anni ’90. Vogliamo che chi ascolta senta il viaggio tra musica , introspezione e caos, senza filtri, così com’è nato.
Nella carriera dei Death Dies identifichi, un momento chiave che ha indirizzato il vostro cammino?
Più che un singolo momento chiave, direi che il nostro è stato sempre un cammino fatto di tappe. Ogni lavoro ha portato con sé una crescita, una consapevolezza diversa, e alla fine i momenti importanti li abbiamo riconosciuti sempre dopo, quando la musica aveva già preso forma. Non c’è stato un punto che ha cambiato tutto, piuttosto una continuità di passi che ci hanno condotto fin qui.
Come identifichi i Death Dies all’interno dei progetti a cui partecipi e quale ruolo hanno per te?
I Death Dies sono per me una delle priorità, se non la prima. Non solo perché rappresentano un capitolo fondamentale della mia espressione musicale, ma soprattutto perché coinvolgono persone che considero amici veri, compagni di vita prima ancora che di band. Questo crea un legame diverso, più profondo, che rende ogni nota e ogni parola parte di una storia condivisa.
Non voglio togliere nulla agli altri progetti, che hanno ognuno la loro importanza e unicità, ma nei Death Dies c’è quella dimensione umana che rende tutto più autentico, quasi malinconico: come se ogni nostro lavoro fosse anche la testimonianza di un percorso vissuto insieme, fatto di musica ma anche di vita.
“Vento d’Erebo”, e’ una traccia stratosferica che fa del suo mood un proprio aspetto distintivo, mi piacerebbe raccontassi di più.
Ti ringrazio davvero per le parole. “Vento d’Erebo” nasce quasi come un’entità autonoma, un soffio che attraversa spazi interiori e tempi sospesi. Non è solo una traccia, ma un’esperienza di transito: il vento che richiama Erebo non spinge né trasporta nel senso convenzionale, ma scioglie le coordinate ordinarie dell’ascolto, piegando percezioni e silenzi in un’unica corrente.
In essa convivono l’eco del caos primordiale e la misura di un rituale nascosto, e chi vi si accosta non può che percepire il flusso come qualcosa di oltre l’udibile, quasi un respiro che appartiene a un regno dove l’ombra è sostanza e il suono diventa argomento del pensiero più che esperienza immediata. È un vento che non passa semplicemente: ti attraversa, lasciando dietro di sé una scia di domande, inquietudini e meraviglia che si manifestano solo se l’ascoltatore accetta di perdersi dentro il percorso che propone.
Passiamo al prossimo futuro, sono maturi i tempi per il successore di “Stregoneria”? Personalmente sarebbe una notizia fantastica.
Sì, il disco nuovo è già stato registrato e stiamo definendo il titolo, che sarà disponibile a breve.
Non voglio anticipare troppo perché molte cose sono ancora in fase di definizione, ma posso dire che il lavoro continuerà ad esplorare le sonorità dei primi anni ’90, più grezze e dirette, pur mantenendo quell’atmosfera e profondità che cerchiamo sempre di preservare. È un cammino naturale dopo Stregoneria, sono felice che ci sia attesa: ogni passo richiede tempo, ma il percorso è ormai tracciato. Posso anticipare che ci sarà un altro stravolgimento nella line up . Alla voce tornerà una nostra vecchia conoscenza ovvero Alex “Krom” Kain che già aveva collaborato con noi all’epoca di “Legione“ mentre io mi occuperò, oltre alle linee di chitarra assieme a “Der Todesking“, anche del basso. Alle pelli sempre Demian De Saba, con il quale ho fondato la band in questione nel lontano 1995…
Quali caratteristiche saranno predominanti a livello di sound e liriche?
Sì, le liriche del nuovo lavoro affronteranno figure come Ezzelino da Romano, che per chi non lo conoscesse fu un signore medievale del XII secolo, noto per la sua ambizione e crudeltà. Non si tratta solo di raccontare fatti storici, ma di cogliere l’essenza del personaggio, le tensioni e le ombre che lo circondano, trasformandole in materia evocativa per la musica. In questo senso, la storia diventa simbolo e veicolo di emozioni, non semplice cronaca. Il sound sarà grezzo, al vetriolo tra tempi violenti e parti cadenzate il tutto, come già affrontato prima, mantenendo l’atmosfera plumbea che ci caratterizza da sempre…
Quale focus avrà il nuovo lavoro? Cosa dovrà aspettarsi il fan?
Il focus del nuovo lavoro sarà quello di riportare le sonorità dei primi anni ’90, più grezze e dirette, pur mantenendo l’atmosfera e la profondità che caratterizzano i Death Dies. Il sostenitore può aspettarsi energia, intensità e ritualità, ma anche spazi in cui perdersi nell’introspezione: ogni brano è pensato come un viaggio tra caos e suggestione, senza compromessi.
Nell’attesa di ricevere notizie sui tuoi prossimi lavori in relazione a questi progetti, ti ringrazio ancora infinitamente e lascio a te le ultime parole.
Ti ringrazio davvero per lo spazio e per l’attenzione che hai dedicato ai progetti. Ci tenevo a ringraziare tutti coloro che hanno contribuito a concretizzare i miei progetti , in particolare Massimo Gasperini e Pino Pintabona della Black Widow records, senza i quali, Mater A Clivis Imperat sarebbe rimasto un progetto nel cassetto e Francesco Palumbo della My Kingdom Music con il quale ho collaborato realizzando gli “Albus Diabolus”. Per quanto riguarda i prossimi lavori, tutto sta seguendo il suo corso: le idee crescono, le tracce prendono forma e noi continuiamo a seguire il cammino senza forzarlo.
Spero che chi ascolta possa percepire, in ogni nota e in ogni silenzio, la sincerità, la passione e il desiderio di condividere un’esperienza autentica, più che il semplice suono. Alla fine, la musica è prima di tutto un incontro: con se stessi, con chi la crea e con chi la accoglie.
Mater A Clivis Imperat
Isabella – Voce principale, cori Samael Von Martin – Chitarra, basso, cori, tastiere Tomas Contarato – Batteria Natalija Branko – Pianoforte Alessio Saglia – Organo, Hammond e Moog
Death Dies
Samael Von Martin – Chitarra/Basso Alex “ Krom” Kain – Voce Der Todesking – Chitarra Demian De Saba – Batteria
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