Ciao Jan, è un enorme piacere poter conoscere meglio il progetto Stryx che ho iniziato ad apprezzare da poco e che mi ha sin da subito catturato, raccontaci le sue origini riguardo sound, concept e formazione.
Piacere tutto nostro, siamo felicissimi di poter essere ospitati su Litanie del Buio! Stryx nasce da un immaginario ritualistico, occulto e oscuro, con radici nel doom e nella psichedelia, ma senza esserne vincolato. Il nome evoca sia una creatura notturna assetata di sangue della mitologia greco-latina, sia il controverso programma TV italiano degli anni ’70 legato all’esoterismo e al diabolico, di cui sentivo spesso parlare da adolescente.
Musicalmente, Stryx è una congregazione retro-occulta, dove ogni membro incarna un ruolo evocativo: The Undertaker, The Priestess, The Magus e The Wraith, officianti di un rito sonoro che fonde fatalismo, nichilismo e critica religiosa. Il sound intreccia litanie ipnotiche doom e visioni lisergiche psichedeliche, con testi come contro-esorcismi per dissacrare gli orrori della Chiesa cattolica. L’estetica enfatizza simboli e oggetti rituali, costruendo un’esperienza immersiva che va oltre la musica: un viaggio oscuro tra suono, simbolismo e critica sociale.
Cosa vi ispira di più nel creare la vostra musica?
Creare musica per noi è una sorta di esorcismo inverso, non scacciamo i demoni, ma diamo loro voce.
Ci ispiriamo alla paura ancestrale, ai sussurri del buio, alle ombre che si allungano nei sogni, alle riflessioni che emergono nel silenzio di un cimitero di notte, ma anche al folk-horror italico e britannico, alle pubblicazioni esoterico-erotiche degli anni ’70, al pensiero e ai luoghi di Crowley, agli scritti di Jodorowski, Wilson, Byron, Aquino, alle pellicole immortali della Hammer Films e di registi italiani come Polselli e Argento, senza tralasciare il nostro vissuto personale.
Ci sono diverse band doom e rock che mi vengono in mente e che potrebbero aver influenzato il vostro sound ma quali le fondamentali secondo voi?
Parlando di influenze, ce ne sono davvero tante, e sono anche piuttosto trasversali. L’insegnamento più grande che traiamo dalla musica che ci ispira è l’evoluzione continua e la diversità stilistica nell’esplorare temi oscuri. Artisti come Paul Chain hanno sempre fuso generi diversi senza perdere la propria identità. Steve Sylvester ha sempre definito la musica dei Death SS come Horror Music, anche se poi la base di partenza era ed è comunque metal in tutte le sue sfumature. Citando i Black Sabbath, sono sempre stato legato agli album meno celebrati dell’era Ozzy, dove il blues si evolveva in metal intrecciandosi con prog, melodie alla Beatles, chitarre sontuose, mellotron e percussioni tribali. Lo stesso vale per i Coven: al di là delle scenografie e dei testi, e salve le ultime uscite dopo la “risurrezione” di Jinx, il loro pop psichedelico orecchiabile e rituale (anch’esso non definibile come metal) trova un certo riscontro nel nostro sound. Completano il quadro delle influenze i primi quattro album dei Candlemass con Messiah Marcolin e le suggestioni italiane di Goblin e Biglietto per l’Inferno, senza dimenticare il rispetto assoluto per musicisti del calibro di Black Hole, Inchiuvatu, The Black e Abysmal Grief. Ah, mentirei se non menzionassi i primi due dischi di Sabbath Assembly e, più marginalmente, Jex Thoth.
Il vostro Sound che amo e che è alla base di quello che propone Litanie del Buio e’ ancorato alla grande tradizione ma sorprende per la sua freschezza, come si fa a raggiungere questi risultati?
Ti ringraziamo per aver colto questa sfumatura fondamentale del nostro sound. Nel rispettare la grande tradizione del dark sound italico, puntiamo a evolvere la nostra visione personale per renderci riconoscibili. I nostri brani sono concepiti e arrangiati per trasmettere un senso di ritualità e “concelebrazione”: cerchiamo di trasportare l’ascoltatore nel nostro universo sonoro e facciamo in modo che celebri insieme a noi. Non abbiamo paura di mettere in discussione anche le nostre stesse radici sonore e non, cercando di rifuggire la settarietà. Questa è la nostra Messa Gnostica, il nostro Teatro Panico, il nostro Sabba.
La band esiste già da qualche tempo ed a parte degli splendidi singoli, cover ed uno split con Cruzeiro sembra mancare ancora un full length, francamente ne sarei entusiasta, e’ in progetto?
Sì, un full-length sta bollendo nel calderone; vogliamo sia la prosecuzione naturale dei singoli pubblicati finora, racchiudendo tutti gli elementi che ho precedentemente citato. Ci auguriamo di poterlo rendere disponibile in una prossima data futura.
Sono rimasto folgorato da “Io, La Strega” cover dei fenomenali Circus2000 che vede anche la partecipazione di Marcello “Spooky” Quartarone loro originario chitarrista, come nasce l’idea e cosa ha portato a tale splendido risultato.
Da ragazzo, trovai per caso il 45 giri di Io, La Strega ad una fiera del disco e lo comprai alla cieca. Il vinile era abbastanza rovinato, ma il loro sound West-Coast mi spiazzò: un gruppo italiano che suonava così nei primi anni ’70?! Qualche tempo dopo recuperai i loro due album in CD pubblicati dalla Akarma. Di recente, parlando di retro-dark italiano con un appassionato di musica, mi fa: “Sogno una vostra cover di questa canzone.” Detto, fatto. Volevo però alzare la posta e ho provato così a contattare Marcello “Spooky” Quartarone. Dopo diversi tentativi falliti, ed una buona dose di frustrazione, finalmente trovo un contatto diretto… scrivo, incrocio le dita e ricevo una risposta di una gentilezza disarmante. Abbiamo dovuto lavorare ovviamente a distanza, in quanto lui risiede in Inghilterra da 40 anni ormai. Ancora oggi mi sembra irreale che Spooky abbia registrato per noi il solo di chitarra nel suo inconfondibile stile psichedelico. Oltre a essere un chitarrista straordinario, è un produttore e fonico esperto, ha lavorato praticamente con tutti i grandi del Rock, e i suoi consigli sono stati preziosi per gli arrangiamenti. Un onore assoluto: tra l’altro, la grandezza di un artista si vede anche da come si rapporta agli altri musicisti.
Penso che le performance di Laura siano veramente da altra dimensione, come la sua voce si fonde con la verve veramente malefica di tutta la band?
The Priestess, è il cuore rituale di Stryx, è il canale attraverso cui il rituale prende vita. La sua voce non è solo uno strumento, ma un’entità evocatrice che incanta e maledice allo stesso tempo. All’occorrenza è sia una strega battagliera che vendica in musica le sorelle arse sul rogo nei secoli, scagliandosi contro il dogma, sia un’ammaliante sacerdotessa che traghetta l’ascoltatore nel viaggio senza ritorno.
Le Marche rievocano ricordi relativi a band, soprattutto una, che hanno fatto la storia del dark sound italiano e non, c’è qualcosa della vostra terra che vi ispira?
Le Marche posseggono un’aura di misticismo proibito, occulto proprio perché non è la prima area geografica che viene in mente quando si parla di certe tematiche. Eppure questa terra è segnata da stregonerie, necromanti e culti segreti, con un passato di eresie soffocate che risuona nella nostra musica come un rituale di rivolta contro dogmi e paure ancestrali. Le rovine medievali, le chiese sconsacrate e l’Adriatico minaccioso alimentano un immaginario di inquietudine e perdizione. L’eredità del Catena e delle prime incarnazioni dei Death SS ci legano ad una tradizione di profanazione sonora, che cerchiamo di raccogliere e perpetuare alla nostra maniera. Seppur spesso impegnato in viaggi psichici e fisici in territori come la Romania e l’Inghilterra, vale la pena citare il Bartoccetti, che pure nelle Marche ha composto gran parte delle sue opere. Tracciando una sorta di linea a formare un “triangolo magico” marchigiano con i sopracitati, è stato inevitabile inalare e mettere in musica le esalazioni sulfuree che abbiamo respirato in questa regione, senza negare che una parte del nostro sguardo è rivolto inevitabilmente anche alla Terra d’Albione…E all’oltretomba.
Trovo particolare la cover di “Lake Without Water” di Paul Chain, cosa ritenete fondamentale e di ispirazione per voi dell’artista pesarese e cosa ha portato alla scelta del pezzo?
Ho avuto l’occasione di jammare con Paul Chain poco prima della sua morte artistica, è stato un vero rivoluzionario e alchimista sonoro, capace di trasformare l’oscurità in musica. Come dicevo prima, quello che è stato fondamentale per noi e ci ha ispirato è stato il suo senso di totale libertà artistica, quel suo osare e spingersi oltre senza compromessi, non solo a livello di business, ma soprattutto artistico.
All’epoca scelsi questo pezzo perché “Alkahest” è uno di quei dischi di cui posso dirti dov’ero e cosa stavo facendo quando l’ho ascoltato per la prima volta. La voce di Lee Dorrian in quel brano è pura evocazione, ogni sfumatura sonora dipinge paesaggi onirici e desolati in cui era, ed è, bellissimo perdersi. L’idea dietro alla cover era quella di far risuonare il pezzo con la nostra sensibilità, rendendolo un vero e proprio rituale sonoro, senza perdere il senso di sospensione e magia che lo caratterizza. A quanto pare, il sig. Dorrian sembra aver apprezzato.
Nello split con Cruzeiro ho apprezzato tantissimo “Seta Nera” cosa alla base di questa composizione e quale la storia dietro?
“Seta Nera” nasce da un vecchio riff di un amico d’infanzia, compagno di esplorazioni esoteriche, oggi neocatecumeno (!). L’idea era creare un’eroina femminile come fosse la nostra Zora, Jacula o Sukia, ma più feroce e battagliera: una leader di reietti e streghe che conquista il Vaticano, trasformandolo in un luogo di piacere e perdizione. Il backmasking dopo la prima strofa viene dalle nostre sperimentazioni giovanili ed è tratto da Riti, Magie Nere e Segrete Orge nel Trecento a voi ricercare la scena e la citazione. La coincidenza ha voluto che i Cruzeiro, band galiziana con la quale eravamo in contatto da tempo, fossero in procinto di pubblicare uno split 7″ e, visto il parallelo artistico piuttosto calzante (la Galizia è una terra che racchiude misteri e superstizioni, come appunto quello dei cruzeiros, delle croci in pietra disseminate in crocevia, strade e cimiteri, da cui i nostri amici hanno tratto il monicker), ci hanno proposto di unirci a loro in questa avventura. Il loro brano è un doom psichedelico e claustrofobico, che racchiude dei frammenti di una poesia di Aleixandre Lago Barcala. Proprio come nella copertina dello split, che ritrae una strega con un rapace notturno al cospetto di un cruzeiro, ci piacerebbe moltissimo poter condividere il palco con loro e speriamo si presenti presto l’occasione.
Come nasce una composizione degli Stryx? Ci sono dei passaggi abituali oppure il tutto è più figlio del momento che attraversate?
Con metà della band in Germania e l’altra qui in Italia, immaginerai che non si riesce a lavorare in maniera troppo agile. Il processo creativo-musicale in passato era appannaggio mio, con The Priestess che apponeva il suo sigillo sulle liriche e sulle linee vocali. Con l’innesto di The Magus al basso si è aggiunto un tassello fondamentale a livello creativo. Stiamo lavorando su riff, che in alcuni casi si stanno trasformando in canzoni complete. A livello lirico, per i nuovi brani sto puntando sul mio background letterario inglese, anche qui per cercare di alzare ulteriormente l’asticella. Cerchiamo di fare del nostro meglio, insomma, anche grazie alla possibilità che ci offre internet.
Spero tantissimo di vedervi dal vivo presto, c’è qualcosa di già fissato o comunque nelle vostre idee?
L’anno scorso abbiamo debuttato live a Berlino, davanti a circa 200 persone e con la formazione finalmente consolidata. La situazione live in Italia è quella che è, quindi al momento preferiamo restare concentrati sulla composizione del full length. Nei nostri piani ci sono sicuramente festival, mini-tour all’estero e, soprattutto, non vediamo di poter condividere il palco con band fenomenali come i The Dead Flowers Graves e i Tenebra, in primis.
Con quale aggettivo o idea definireste quello che i Stryx propongono oggi?
Un requiem elettrico.
Un’ode funebre che risuona tra le macerie di dogmi crollati. Una messa di rock sepolcrale per il secolo XXI, dove gli adepti cantano e celebrano con noi la nostra visione fatalista, liberandosi da tabù e restrizioni fisiche e mentali.
Lascio a te le ultime parole sperando veramente di sentir parlare di voi nei prossimi mesi, complimenti!
I complimenti sono assolutamente reciproci, appena sono capitato su questo sito mi sono sentito “a casa” nel suo concept, oltre ad aver letto avidamente tutte le interviste e le recensioni. Speriamo anche noi che, nel bene e/o nel male, riusciremo a farci conoscere e concelebrare il nostro rituale con più adepti possibile. Grazie ancora per lo spazio e per tenere viva la fiamma nera dell’underground! Un caro saluto dalle Marche “maledette”.
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