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Dannosi Incontri – Cosimo “MoMo” Cinieri (Di’Aul)

E’ un piacere conoscere dal vicino Di’Aul, quale la genesi della band (anche nella scelta del nome), la sua storia e come ci si è avvicinati al recentissimo album “EvAAvE”, che reputo un grandissimo lavoro.

Ciao! Il piacere è tutto nostro! La band nasce da un’idea di Lele (chitarrista), che aveva pensato di formare una band dal nome The Owl, ma lui stesso che parla quasi sempre in dialetto pavese, ha avuto l’idea di mantenere l’assonanza ma di usare una parola dialettale, così siamo diventati Di’aul.

Il gruppo nasce addirittura nel 2011 con l’idea di suonare musica heavy che unisse l’hard rock degli anni 70′ ed il groove degli anni ’90. Negli anni abbiamo cercato una nostra “identità” o via espressiva, che alla fine abbiamo ritrovato in suoni sempre più cupi e ritmi più lenti. Il doom e lo sludge sono i generi che più ci accomunano, per quanto poi siamo tutti e quattro molto appassionati di musica a 360°. Di sicuro un cambio di passo lo abbiamo avuto nel 2018 con l’ingresso nella band di Andrea “Rex” Ornigotti (Conviction, Gunjack) amico di vecchia data con cui abbiamo subito registrato un Ep, che è poi diventato un LP Split con i Mos Generator. Con il successivo Abracamacabra, registrato con l’aiuto di Marco Barusso, abbiamo poi trovato la quadratura perfetta tra suoni e parole. Questa strada si è sublimata con la scrittura di EvAAvE. Abbiamo negli anni imparato a scrivere svincolandoci dai clichè e seguendo molto le nostre sensazioni e propensioni del periodo/momento in cui lo facevamo.

Quali le maggiori differenze a vostro parere rispetto “Abracamacabra”, personalmente trovo “EvAAvE” più eterogeneo rispetto al seppur importante predecessore.

Abracamacabra lo abbiamo scritto durante i giorni di isolamento dovuto al Covid, con tutte le difficoltà legate ad esso. Nelle poche occasioni che avevamo per provare, ognuno di noi portava idee che erano figlie del proprio modo di vivere quel momento. Credo infatti che in quel disco si respiri tensione, paura, rabbia. EvAAvE ha avuto una genesi completamente diversa: volevamo dare spazio alla melodia vocale ed alle parole e per questo abbiamo lavorato sui suoni e sul mantenere gli arrangiamenti semplici. Di conseguenza abbiamo cercato di far suonare gli strumenti con la voce.

Esiste un’idea di base che vi guida in tutte le composizioni?

Come dicevo prima, negli ultimi anni abbiamo imparato a lasciarci ispirare dai momenti di vita che spesso condividiamo e per questo a volte comuni. Questo aiuta a capirci maggiormente ed a creare atmosfere/armonie che ognuno di noi sente naturali in quel momento.

Ci sono delle band che arrivano dai vostri primordiali ascolti che ancora vi influenzano e vi riescono a stupire?

Abbiamo tutti un background differente, di sicuro in comune abbiamo la passione per la musica anni ’70, dal rock dei Lez Zeppelin al proto-doom dei Black Sabbath, poi una miriade di band che, anche se meteore all’epoca e da noi magari scoperte molti anni dopo, abbiamo trovato di ispirazione. Penso ai Biglietto per l’Inferno, Sir Lord Baltimore, The Trees, Pearl Before Swine e molte altre.

Esiste un concept o filo conduttore che lega tutte le otto tracce di “EvAAvE” e se si potete raccontarcelo nel particolare?

Il filo conduttore del disco ruota tutto attorno alla figura/lato femminile, da intendersi ultra genere, dal suo bistrattamento al riscatto, dal rapporto con la famiglia alla società in generale ecc.. a spiegare/significare che, appunto, il “femminile” è alla fine la parte più importante in ciascuno di noi e che nasconde in sè quello che Garcia Lorca chiamava Duende (titolo della traccia che apre il disco), ovvero quella “forza misteriosa che emana lo spirito della Terra che si può sentire ma non si riesce a spiegare”.

Come avviane la scrittura di un vostro pezzo? Ci sono particolari riti da rispettare oppure il tutto avviene sulla base delle emozioni del momento?

Generalmente un brano nasce da un’idea embrionale di uno di noi che magari ha uno o più riff che vorrebbe provare e da quello lasciamo partire una jam in cui cerchiamo di svilupparlo e vedere come può funzionare al meglio. L’improvvisazione è per noi molto importante: ci serve innanzitutto per riscaldarci ma anche solo per evadere mentalmente in quel momento. Il bello di suonare in loop un riff lasciando ad ognuno una parte/misura in cui provare a metterci qualcosa di proprio ci permette di portare quel riff verso una melodia che descriva proprio le sensazioni di quella giornata o periodo. A volte la variazione improvvisata da uno di noi cambia faccia al brano e ci ispira a trovare un’altra parte.

Oggi il Doom e lo Stoner sembrerebbero essere dei generi inflazionati ma come si fa, come nel vostro caso, ad essere riconoscibili e credibili?

Ora, io non so se siamo riconoscibili, spero però di essere credibili. Il fascino dei generi citati è di sicuro il muro di suono ed i riff spaccacollo: un po’ come nel new metal degli anni 2000 in cui tutti cercavano il breakdown migliore, così alcune band sludge pensano esclusivamente a trovare un singolo riff che possa far scapocciare. Spesso però tralasciano tutto il resto. A quel punto però si parla di esercizio di stile e non più di musica. Si perde la poesia a mio parere. Ma questo comunque dipende anche un po’ da come si interpreta la musica e dal perchè la si faccia.

Trovo che l’album sia molto ipnotico a causa della pesantezza ed oscurità che trasmette, cosa vi ha ispirato è mosso verso questo risultato?

Di base non ci proponiamo mai una direzione sonora o testuale, ci lasciamo guidare dalle sensazioni del momento. Come dicevo, spesso la scrittura dei brani si concentra in un determinato periodo per cui lo spirito di questo si riflette automaticamente nelle melodie e nelle parole.

Avete degli aneddoti particolari da raccontare inerenti alla scrittura del nuovo album?

Non ricordo un aneddoto in particolare: ci sono molti momenti “iconici” quando scrivi qualcosa di tuo, soprattutto quando un brano è ormai completo e cominci a suonarlo bene e a riascoltarlo. La sensazione più bella è quando, mentre lo suoni o lo ascolti, riesci a provare quel brivido che ti fa capire di aver fatto qualcosa di buono. Ricordo la prima volta che abbiamo suonato la versione definitiva di Duende, prima traccia del disco: ricordo il carico emotivo nel suonarla e cantarla. Le parole si sposavano perfettamente con l’atmosfera del disco e davano maggior enfasi al pezzo. Ricordo che alla fine avevamo tutti la pelle d’oca e lì abbiamo deciso che sarebbe stato il singolo del disco.

Sono innamorato del brano “Succubi et Incubi”, potete raccontarci qualcosa in più?

Il testo di Succubi Et Incubi descrive un rituale Sabbatico: dall’inizio in cui i partecipanti si ritrovano, all’incontro col Diavolo sino alla fine in cui scelgono di baciare la sua coda.

E’ ovviamente un’allegoria: volevamo raccontare la possibilità di evasione dagli stilemi morali che spesso ci legano ad una realtà che non ci appartiene. Il brano sprona a scegliere la propria libertà, sino alla fine, a prescindere che porti alle maggiori fortune oppure si “areni su fondali di miserie” (cit. W. Shakespeare).

La musica è nata prima delle parole, ma il suo portamento terzinato, tipico di molte danze folcloristiche europee, ha decisamente ispirato il testo e l’atmosfera.

Mi piace tantissimo la copertina, potete raccontarci il significato e la sua genesi?

Il disco parla interamente del femminile e la nostra idea era di trovare un’immagine forte che rappresentasse in pieno questo mondo e Annachiara Innocenzio (Alchimia.di.carta), l’artista che ha curato la realizzazione della cover, ha creato un collage con la figura di una delle Madonne di Munch. Artista nelle cui opere si sono sempre mischiati il sacro e il profano. L’immagine vuole quindi rappresentare quell’idea di dualità della figura femminile che c’è anche nei testi dell’album e nelle poetesse che hanno ispirato i testi del disco, in primis Sylvia Plath e Amelia Rosselli.

Esistono invece all’interno del disco dei pezzi a cui siete più legati e nel caso perché?

Personalmente ci sono dei brani o parti di essi che quando li eseguiamo sia in sala prove che dal vivo, rievocando le sensazioni che hanno portato a scriverli e quindi per il loro significato, sono capaci di emozionarmi molto. Penso a F.O.M.O o a Duende, sono due brani difficili da eseguire soprattutto perchè la mente tende a tornare a certe momenti e quindi a distrarsi un po’…

Se doveste definire con un aggettivo il vostro nuovo album quale indichereste?

Liberatorio.

Cosa vi aspettate dallo splendido “EvAAvE”?

Che lo ascolti più gente possibile e che possa incuriosire ognuno a scoprire anche gli altri nostri lavori. Che si appassionino alla nostra musica ed entrino a far parte della famiglia Di’Aul.

Avete firmato per la storica Minotauro alla quale chi ama questo genere deve essere grato per quanto prodotto in tutti questi anni, potete raccontarci come si è sviluppato il tutto?

Marco Melzi, boss della Minotauro, vive da sempre a Pavia, come noi. Frequentiamo lo stesso negozio di dischi, per cui è stato semplice potergli parlare del disco, ci ha fatto piacere che gli sia piaciuta l’idea e abbia voluto produrci, anche perché per noi è veramente un sogno poter uscire per un’etichetta storica ed importante come Minotauro.

Siamo amanti di molti artisti da lui prodotti, come Paul Chain, di cui Daniele (il chitarrista) è un fervido fan, ma anche di dischi come  “Ars metal Mentis” dei The Black di Mario Di Donato. Citiamo loro perchè riteniamo abbiano dato un valore aggiunto al genere a livello mondiale, e di certo meritano ancora oggi  molta più attenzione di quanta effettivamente ne hanno.

Avete in programma delle date in programma a promozione di “EvAAvE”?

Attualmente abbiamo confermate le seguenti date: 1 Giugno al Festival Baccano a Voghera (PV); 13 Giugno all’Headbangers di Milano; 27 Giugno al Nuovo di Cuneo.

Ringraziandovi non poco, lascio a voi le ultime parole di questa interessantissima chiaccherata.

Grazie molte a Te per questa opportunità. Parlare di noi e del nostro lavoro ci fa sempre piacere e ci permette di svelare sempre qualcosa in più sul nostro lavoro, anche lati inaspettati. Ci si vede sotto al palco! Doom on!

Di’Aul

Cosimo ‘MoMo’ Cinieri – voce
Daniele ‘Lele’ Mella – chitarra
Carlo ‘Jeremy’ Toma – basso
Andrea ‘Rex’ Ornigotti – batteria

Social & Riferimenti

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