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Occult & Dark Music Blog

Dannosi Incontri – Alexander Scardavian (Strange Here?)

Chi in Italia, ma non solo, ascolta il doom delle origini, quello vero e senza fronzoli conoscerà sicuramente l’operato di Alexander Scardavian.

Un artista che ha avuto il “merito”, già da tenerissima età, di crescere con personaggi del calibro di Paul Chain (anche nel periodo in cui la formazione dei Death SS vedeva Sanctis Ghoram alla voce) e del fratello Gilas che nella formazione maledetta di quel periodo non è mai entrato ufficialmente ma in cui ha avuto comunque un ruolo fondamentale. Cantante e polistrumentista che merita un notevole riconoscimento per la sua immensa classe e per il lavoro svolto negli anni, partendo da quel “Whited Sepulchres” che sin da ragazzo ho ascoltato con tanta ammirazione passando per le collaborazioni nei due album solisti di Steve Sylvester ed arrivando a quei meravigliosi progetti che gli appartengono come “Where The Sun Comes Down” in condivisione con l’amico di sempre Thomas Hand Chaste e “Strange Here”.

E’ proprio sul primo episodio di “Strange Here?” che come Litanie del buio vorrei porre l’attenzione in quanto disco che sembra arrivare direttamente dal periodo Deathssiano sopracitato, un lavoro immenso scritto quasi totalmente da Scardavian ed in cui lo stesso oltre alla chitarra, presta la sua classe alla voce ed al basso. Un LP che merita di essere rispolverato e ricordato per quello che è, un capolavoro!

“Strange Here?” È un disco tutto d’un pezzo, un’opera il cui incipit EMPTY SPACE da’ subito idea del lavoro alla chitarra di Scardavian che sembra agire come una mannaia quanto è tagliente e potente. La successiva EVIL ON THEIR WAYS e’ un autentico gioiello, un riff granitico ed un sottofondo d’organo danno luogo ad un’atmosfera funerea dove la voce di Alexander, da brividi, sembra invocare oscure entità. FEEL si muove su un ritmo più cadenzato ma ugualmente pesante come fosse un macigno, complice anche il cantato dell’autore. Un assolo da trance chiude il pezzo ed anticipa TODAY, MY TIME TO DIE ovvero la traccia più lenta dell’intero lotto ma che in quanto a coinvolgimento e performance alla chitarra e’ assolutamente da ricordare e tramandare ai posteri. SO LONG e’ l’unico pezzo non interamente scritto da Scardavian, partecipa infatti anche Paul Chain ma il risultato è ugualmente straordinario, riff da pietra miliare e refrain immediatamente memorizzabile si fondono perfettamente lasciando poi spazio ad un assolo da primo della classe. Più intima SAVE YOUR GOD dove ad essere protagonista e’ la struggente voce di Alexander, mai come in queste note cosi evocativa ed emozionante, arte allo stato puro! L’oscura FOREVER SUN chiude un lavoro perfetto, il buio cala come durante un’eclissi di sole attraverso delle chitarre di una profondità inaudita. Una oscura litania sembra accompagnare l’ascoltatore verso le ultime e mai desiderate note perché si ha voglia di ascoltare tanto altro. Concludendo per chi ama questa musica non esistono aggettivi con cui descrivere “Strange Here?”, chapeau!

Ho la fortuna adesso di rivolgere alcune domande all’autore di quello che sopra descrivo come un capolavoro, buona lettura:

Ciao Alexander, e’ innanzitutto un onore, partiamo dall’inizio.  Come è nata la scelta del nome “Strange Here?”.

Ciao Filippo, era il 1990, il nome Strange Here è nato da un’esigenza mia e di Paul Chain, in quanto subito dopo le registrazioni di Whited Sepulchres del 1989 (l’album poi usci nel 1991) lo stesso Paul mi propose di formare una band con me chitarrista, avevo solo 16 anni e ricordo mi disse di non aver mai collaborato con un chitarrista bravo come me. In quegli anni facevamo molti live che venivano chiusi sempre con dei pezzi in cui io suonavo la chitarra e che contribuirono non poco alla mia costante crescita come chitarrista facendomi poi acquisire uno stile del tutto personale anche se ritengo che alla fine, lo stesso fosse influenzato molto da Paul avendolo conosciuto sin da piccolissimo. Proprio in quel periodo sia io che Paul ascoltavamo una band chiamata Tempest ed in particolare ci colpì il loro pezzo Strangehere, ad un certo punto Paul individuò il nome della nostra band dove Strange ero io (perché sono un timo strano) ed Here era lui in quanto era proprio lì in quel momento. Non ci sono significati nascosti o altro, è nato tutto così al volo, suonava bene e quindi è “Strano qui”, punto!

Quale il processo compositivo che ha portato al risultato finale del 2002?

Negli anni ho affiancato Paul al basso e non solo, ho fatto tantissimi live, ho lavorato in studio con Steve Sylvester e quindi non avevo tantissimo tempo libero ma gli Strange Here sono stati sempre nella mia testa, soprattutto dopo un anno e mezzo dalla sua formazione quando Paul capì di non riuscire a dedicarsi completamente al progetto, quindi sostanzialmente dal 1992 in poi.  

Nei Strange Here si avvicendarono negli anni e tra le diverse formazioni (ne conto circa sette/otto) diversi artisti come Lu Silver che all’inizio suonava la batteria e cantava in una delle tantissime formazioni o Danny Savanas che conobbi da ragazzino e che frequentò il mio studio per tantissimo tempo oppure Manuel il figlio di Claud Galley al basso ed alla batteria. Nel 2006, ricordo, facemmo un concerto a San Mauro Pascoli davanti a tantissima gente dove non con Manuel ma con un altro bassista, presentato dallo stesso Manuel solo il giorno prima, riuscimmo a fare una performance di altissimo spessore partendo da “Empty Space” ed improvvisando non poco.

Le prime canzoni ad essere state scritte nel 1990 sono state “Empty Space” (interamente da me), “So Long” (dove il riff è mio ed il ritornello è di Paul) e “Today, My Time To Die” (dove avevo inizialmente solo il testo ed il riff). Voglio specificare che abitualmente nella scrittura di un pezzo parto dai testi, essendo la scrittura la mia seconda arte nonché importante passione, ho anche diversi libri scritti da me e mai pubblicati a testimonianza di quanto tengo alla stessa.

Tutto il resto del disco, interamente scritto da me, è venuto dopo, avevo lo studio ma avevo anche difficoltà a trovare dei nuovi collaboratori in quanto i vecchi avevano lasciato per altre esperienze dimostrando a mio parere poca riconoscenza. Trovai poi un batterista che riusciva a tenere bene il tempo anche se non era espertissimo ma per il doom ed il ritmo cadenzato che volevo proporre andava bene. “Strange Here?” era già pronto nel 2000 in quanto volevo uscisse all’inizio del millennio ma per vari motivi riuscì a farlo pubblicare solo due anni dopo.

La copertina è molto particolare puoi indicarci il suo significato?

La copertina è per me ancora una ferita sanguinante, l’avevo ideata in maniera totalmente diversa ma per un errore nella fase di stampa del disco mi dovetti accontentare di qualcosa molto lontano da quello che avevo pensato, ciò perché avevo già firmato il contratto ed il disco doveva uscire entro un lasso di tempo particolarmente ristretto. Nella copertina originale sotto al mondo dovevano esservi due virus, quello dell’HIV incrociato a quello dell’Epatite C ovvero i due virus più potenti nei primi anni 2000. Proprio in prossimità della parte del mondo che toccava i due virus lo stesso doveva apparire consumato quasi come mangiucchiato da un uccello dalle piume di cristallo, anch’esso presente. All’interno del CD dovevano essere inseriti anche i bellissimi testi sia in inglese che in italiano ma per lo stesso motivo di cui sopra e perché troppo costoso alla fine non furono inseriti.

Ci sono delle particolari influenze, anche apparentemente non visibili, che ti hanno ispirato nel corso della scrittura?

Le mie ispirazioni arrivano dai miei demoni, dai vari spiriti che aleggiano sopra e sotto di me. Noi siamo fatti di energia positiva e negativa che ci circola intorno nonché al nostro interno e per me la stessa è fondamentale fonte di ispirazione.

Quale il filo conduttore dei testi da te scritti e più in generale puoi descriverci il loro significato più nascosto?

Non esiste un filo conduttore tra i singoli testi dell’album, il significato più profondo che volevo dare all’intera opera era legato alla supremazia del mondo occidentale nei primi anni duemila che sarebbe venuta meno soprattutto a causa dell’avanzata economica e non della Cina, determinando il fallimento di come veniva intesa tale supremazia. Concettualmente vuole essere un ammonimento verso gli americani come fossero presenti all’interno di una torre con le loro valigette ed il loro atteggiamento superiore mentre le formiche (cinesi) stanno rubando loro “il viaggio” inteso appunto come supremazia mondiale. Specifico che il disco è stato scritto prima dell’evento dell’11 settembre. “Strange Here?” forse ha anticipato i tempi, se fosse stato sponsorizzato da una major… chissà.

Hai un pezzo preferito a cui sei più legato, e se si quale il motivo?

Non ho un pezzo preferito, per me sono tutti figli miei. Potrei dirti “Empty Space” perché è il pezzo più corto che abbia mai scritto ma non sarebbe la verità. Alla fine sono affezionato a tutti allo stesso modo.

Il secondo capitolo, peraltro anche esso molto interessante, del progetto Strange Here con Domenico “Dom” Lotito è del 2015, è prevista un’ulteriore uscita?

Per quanto riguarda il terzo capitolo, ci stiamo lavorando anche se ci vorrà ancora un pò. Abbiamo già dei pezzi molto interessanti ma la distanza con Domenico è un ostacolo importante e non avendo più uno studio posso scrivere e suonare solo a casa. Il terzo album chiuderà il progetto Strange Here mentre lascerò le porta aperte a tutte le altre collaborazioni come Where The Sun Comes Down con Thomas Hand Chaste.

Phil Coursed

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